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    • 23-05-2012 18:03
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    Epoca: Che anni quegli anni 60

    I Beatles, Marilyn Monroe, lo sbarco sulla Luna, gli anni di piombo, Sophia Loren e Marcello Mastroianni, Woodstock, i Kennedy e il carisma rivoluzionario del Che: il fascino indimenticabile dei personaggi che hanno segnato gli anni sessanta

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    • 23-05-2012 16:05
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    Il numero di Epoca dedicato a Walter Bonatti, un italiano in cima al mondo

    Profondamente cambiato dall’uso di materiali e tecnologie sempre più  raffinati, l’alpinismo non è certo più quello che Walter Bonatti praticò  e amò. Eppure, sul «suo» Monte Bianco gli scalatori continuano a salire  e anche, come ci ricordano le cronache di questi giorni, a rischiare la  vita. Chissà come avrebbe commentato, lui che sopravvisse a prove  terribili ma perse su quelle vette amici e compagni di cordata.

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    • 23-05-2012 12:48
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    Ai confini della terra

    "Ai confini della terra": la grande avventura di Epoca

    • 26-04-2012 14:09
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    “Ai confini della terra”: la grande avventura di Epoca

    Il nuovo numero di Epoca è dedicato alla scoperta del mondo ed ai suoi protagonisti

    di Redazione

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    • 26-04-2012 12:09
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    Nel Grande Nord con Bonatti

    Rossana Podestà ricorda le imprese del celebre esploratore per «Epoca»

    di Redazione

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    • 20-04-2012 22:11
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    I colori di un mondo scomparso

    Epoca ricorda i grandi reportage di Folco Quilici, inviato molto speciale

    di Redazione

    • 18-04-2012 23:21
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    L'ultimo esploratore: così Walter Bonatti nel 1969 rispondeva a un lettore

    Cartina mondo Walter Bonatti 1969
    (Credits: Epoca, 1969)

    Nella rubrica delle lettere del numero 961 di Epoca, datato 23 febbraio 1969, un’intera pagina venne dedicata alla risposta che Walter Bonatti diede all’impegnativa domanda di un lettore: esistono ancora terre inesplorate? È ancora possibile quell’avventura? La ragionata e commovente pagina di Bonatti non entrò mai in nessuno dei fascicoli che raccoglievano le cronache dei suoi viaggi, né nei libri che Walter mandò in stampa nei quarant’anni successivi: è quindi un piccolo “quasi-inedito” che Epoca ripropone e regala ai propri lettori più affezionati.

    “C’è ancora, da qualche parte sulla nostra Terra, una zona inesplorata, oppure l’uomo ha già visto e percorso tutto?”. (G. Rovetta, Napoli)

    Occorre innanzitutto chiarire il concetto di «esplorazione».

    Se per inesplorate intendiamo le terre che l’occhio dell’uomo civile non ha mai viste, allora la risposta è negativa: non vi è, infatti, regione che non sia stata sorvolata dagli aerei e rilevata attraverso le mappe.

    Se, invece, vogliamo attribuire al termine il significato di «mai calcato da piede umano», allora bisogna rispondere che sì, qualche lembo di Terra inesplorata esiste ancora.

    Si tratta, grosso modo, dei seguenti territori: una parte dell’Amazzonia (circa 2 milioni di chilometri quadrati coperti da fitta foresta), una parte del bacino dell’alto Orinoco e di quello del Congo e alcune zone interne dell’Australia del Nord, del Borneo e dell’Irian Barat, in Nuova Guinea. L’Antartide e la Groenlandia, poi, sono state percorse dall’uomo solo in parte: la prima per un terzo, la seconda per metà. Rimangono, infine, inviolate alcune vette nella zona interna del Tibet, in Alaska e in Patagonia.

    Se volessimo valutare in chilometri quadrati la parte ancora «vergine» della Terra, dovremmo dunque concludere che rimane parecchio da esplorare. Tuttavia, l’«ignoto geografico» che ha sempre affascinato gli esploratori è ridotto ormai a poca cosa. Le sorgenti più misteriose sono state raggiunte, le piante e gli animali più curiosi sono stati catalogati, i fiumi e i deserti percorsi, i vulcani «diagnosticati».

    L’uomo ha scalato le vette più belle e più alte. Ciò che rimane sono gli «avanzi» che pongono, a volte, qualche piccolo problema, ma che non posseggono i requisiti necessari per accendere la curiosità dell’esploratore e la fantasia di chi ne segue le imprese. Qualcosa di interessante resta ancora per gli etnologi e i naturalisti.

    Ma ciò che oggi spinge gli uomini verso le ultime terre sconosciute è soprattutto la ricerca mineraria: e si può prevedere che questa ricerca ci farà conoscere in pochi anni anche gli angoli più remoti del nostro pianeta.

    Si estinguerà per questo la razza dei grandi esploratori? Assolutamente no. I Colombo, gli Stanley, gli Amundsen , gli Hillary di ieri si chiamano oggi Gagarin, Glenn, Leonov e Frank Borman. L’uomo sta dilatando il suo mondo, sposta i limiti del possibile, si crea nuove mete.

    Ieri sembravano insuperabili le Colonne d’Ercole, oggi i pianeti del Sistema solare. Sono cambiati i mezzi, le mete, addirittura i mondi, ma non l’esploratore con il suo grande cuore. Il «sempre più diffìcile» e il «sempre più in là» hanno però assottigliato la schiera degli ardimentosi moderni. Fra la loro dimensione e quella del resto dell’umanità si è creato quasi un abisso. Un esercito di altri esploratori, gli esploratori della scienza, opera nei laboratori, e sarà la somma dei loro sforzi che darà vita alle grandi imprese nello spazio e sotto i mari: soltanto a un pugno di uomini saranno però riservate ancora l’emozione della paura e l’esaltazione dell’ignoto.

    Purtroppo, con il ritmo della vita moderna, la fretta di crescere, di raggiungere nuovi traguardi, l’uomo dimentica o trascura troppi valori essenziali. Egli sostituisce la materia alla fantasia, il calcolo alla fede. Sovente non lo sa, ma pigiandosi nell’ovile della società è più che mai solo, e se lo scopre ne ha terrore. Allora, si stordisce credendo di vivere e approda al grigiore dell’apatia.

    I lettori mi perdonino se ho divagato, ma ora concludo rifacendomi alla domanda iniziale: esistono ancora terre inesplorate? Per chi considerasse queste terre soltanto come ostacoli, come un dovere dell’uomo di superare e «civilizzare», la risposta è già stata data.

    Per chi invece (come io spero) formulasse la domanda con un certo rimpianto, come per un tesoro perduto, rispondo che, a mio parere, il vero pericolo di esaurire la possibilità di «esplorare» dipende non tanto dalla mancanza di foreste o montagne sconosciute quanto dall’alterarsi del nostro spirito. L’uomo moderno, dicevo, non sa più stare solo, ha assopito la fantasia, l’inventiva, il senso dell’avventura. Spiritualmente, tende a lasciarsi morire, quando potrebbe ancora vivere.

    Una nuova era esplorativa può dunque nascere oggi stesso, e forse qualcuno l’ha già inaugurata: è l’era dell’esplorazione introspettiva, umana. La nuova meta dell’esploratore non è più quella di percorrere per primo un itinerario, bensì quella di affrontare un ambiente naturale già noto eliminando però quei ritrovati tecnici che la sua coscienza e la sua conoscenza dell’elemento in cui si muove rendono non necessari.

    Così facendo, e forte solo dei propri mezzi, mille nuove avventure nasceranno intorno a lui, sui fiumi, nelle giungle, sulle montagne, tra animali feroci. E per risolvere i problemi, egli dovrà scavare solo in se stesso, fino in fondo: scoprirà allora possibilità immense, inimmaginabili. Ritroverà quell’istinto che già possedeva alle origini e che il progresso ha via via atrofizzato: una dote innata che, unita al sapere dell’uomo evoluto, crea un prezioso dialogo con la natura, costruttivo e ridimensionante. Nello stesso tempo, attraverso la sensibilità che filtra l’impresa del moderno esploratore, questa nostra vecchia Terra apparirà, come per incanto, inesauribilmente inesplorata.

    di Redazione

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    • 16-04-2012 20:56
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    Jacques Cousteau: diario di bordo

    Jacques-Yves Cousteau
    (Foto Mondadori Collection)Jacques-Yves Cousteau (1910-1997), oceanografo e divulgatore francese. Vinse tre Oscar per i suoi documentari e cortometraggi.

    Le montagne di ghiaccio alla deriva e le «apparizioni» di foche e balene. il soffio gelido del blizzard e il fuoco dei vulcani. Il pack visto dalla coperta della leggendaria nave oceanica Calypso o dalla prospettiva aerea di un pallone aerostatico. Jacques Cousteau partì alla scoperta dell’Antartide, e il suo diario descrisse per Epoca le emozioni vissute lungo le coste e nei cieli del continente bianco.

    di Jacques Cousteau

    5 dicembre 1972

    A  mezzogiorno la Calypso salpa da Ushuaia, lasciando dietro di sé un anno di brutti sogni. Durante i mesi che verranno, non avrò che uno scopo: riuscire nell’impresa. E ritroverò i vecchi stimoli che hanno sempre guidato la mia vita: la curiosità per tutto, la sete di sapere, il desiderio di vivere intensamente ogni istante, il convincimento di non essere altro che una piccola cellula del mondo animale. (…)

    7 dicembre

    Per tutta la notte abbiamo avuto una foschia opaca. Non c’è stato vento, ma un crescente mareggio da ovest. Al mattino le drizze sono diventate bastoni di ghiaccio e il parapetto del ponte di prua piange lacrime di gelo. Sorpassiamo un piccolo branco di pinguini migratori che si dirigono verso sud. La «scorta aerea» della  Calypso si è arricchita di sterne e di piccole procellarie nere. (…) Alle sette di sera, la tempesta era diventata seria. Morgan ci aveva preparato una minestra molto liquida e un pasticcio di carne e pasta che non chiedevano altro che di schizzare per conto loro, fuori dai piatti. Uscito dal quadrato, passo nella mia cabina appena in tempo per vedere Simone, mia moglie, che giace di traverso sulla cuccetta: cercando di afferrare la ciotola del nostro cane Ulisse, è caduta e si è rotta una costola. (…)

    13 dicembre

    Durante il giro della Calypso intorno all’isola Dufayel, mi sono riempito gli occhi di immagini e la testa di meditazioni. (…) Ecco gli albatros – maestri dell’aria – che seguono una nave per settimane quasi senza muovere le ali, tenendole aperte e sfruttando le correnti ascensionali, come alianti; ecco i pinguini, che camminano come uomini e nuotano come delfini; ecco le balene, il cui sistema di nutrizione è un modello di superspecializzazione, e foche e otarie di ogni genere, che rappresentano quasi tutti gli stadi di adattamento dei mammiferi terrestri alla vita acquatica. (…)

    20 dicembre

    Grande agitazione a bordo; presto l’elicottero si alza con Tonton e le sue apparecchiature fotografiche. Lo Zodiac, il nostro canotto, viene calato in acqua con Louis Prézelin (assistente operatore). Un magnifico iceberg frastagliato, con il suo carico di uccelli e pinguini, è là, proprio dinanzi all’entrata del passaggio, e rende le foto e le riprese cinematografiche ancora più spettacolari. Sul mare, a perdita d’occhio, nuotano e si tuffano colonie di pinguini.

    23 dicembre

    I nostri «alpinisti» giungono a mezzanotte: sono affaticati ma felici. (…) Raccontano di avere camminato sopra una crosta vulcanica – non sul ghiacciaio – dove il suolo era tiepido, o persino caldo. La bocca eruttiva non era lontana. Hanno percorso circa 6 chilometri in linea d’aria, scalando o arrampicandosi faticosamente sul ghiaccio parzialmente sciolto dal calore sotterraneo; hanno  adoperato i ramponi e seguito le indicazioni della bussola.

    25 dicembre

    È qui che la Calypso festeggia il Natale, ormeggiata al centro di una piccola baia, la baia dei «balenieri» (Whaler Bay), circondata dalle rovine della stazione polare inglese, dalle rovine di un impianto per la lavorazione dell’olio delle balene, e da innumerevoli teschi e scheletri giganteschi, testimonianza di un’epoca in cui qui si uccidevano perfino cento balene ai giorno. (…) Questi brutali assassini avevano uno scopo solo: il denaro. Che stupida montatura è stata Moby Dick! La caccia del Leviatano altro non era che l’abbattimento di una grossa bestia pacifica e timorosa; e il pescatore armato di arpione – salutato come eroe – un miserabile furfante: l’equipaggio di prodi, un branco di spostati, ingaggiati e imbarcati dopo una sbornia, e sfruttati dagli armatori, rimasti ai sicuro sulla terraferma. Accidenti a Melville! (…) Soltanto un secolo fa, nessun essere umano aveva mai messo piede sull’Antartico. Oggi, compresi i turisti delle Lindblard, il loro numero sfiora già le 100 mila unità. (…)

    Cousteau tra i gabbiani

    «La presenza dell’acqua sotto le sue tre forme ci fa capire qui – più che altrove – fino a che punto il ghiaccio, l’acqua e le nubi caratterizzino la Terra. Qui l’acqua è dappertutto. Le nuvole grevi sembrano a volte ghiacciai splendenti, a volte nevi sporche; la foschia si muta in neve o in pioggia nel giro di un minuto, e penetra nei polmoni come un fiato insipido; sembra che l’umidità si fissi nelle ossa e vi rimanga per sempre; poi, invece, si dissolve improvvisamente. Gli enormi ghiacciai si tranciano in blocchi ricurvi, che sprofondano rumorosamente sollevando montagne di acqua; torrenti di fango leggero e nero cantano sotto la neve. Le rocce scure emergono dai loro lenzuoli di ghiaccio come sopracciglia aggrottate; il vapore ruota e volteggia lento intorno agli iceberg, agli obiettivi, agli occhiali. Non posso vivere senza il sole; eppure mi sento attratto da queste regioni che, come lo stretto di Bering, mi abbagliano, come nessun altro luogo al mondo».

    21 gennaio 1973

    Cielo sereno, niente vento, una giornata miracolosa. Il pack e l’ascensione in pallone. Roger Brenot mi sveglia alle 6; siamo nella Baia Margherita (dal nome della moglie di Charcot), a un miglio soltanto dal pack. Una volta ancora parto in ricognizione aerea: a ovest il pack si stende a perdita d’occhio, cioè per più dì 20 o 30 miglia. A est è meno continuo e a sud vi è un lago di acqua pulita, blu, insolito, frammentariamente collegato alla baia dove ci troviamo da un canale ingombro di ghiacci galleggianti. (…)

    22 gennaio

    Verso le 8 ci ancoriamo, in modo poco ortodosso, alla scogliera di Mikkelsen. Improvvisamente, un grido di sorpresa. Tre balene, due adulte e una più giovane, sfilano

    lungo la fiancata. Una di loro, passando, striscia addirittura contro la linea di prua. Non sono molto grandi: quelle adulte misureranno 10-15 metri, la più piccola 7-8 metri. Hanno un colore grigio scuro, e la testa appuntita. Do l’allarme, e i nostri due canotti Zodiac, insieme con l’elicottero, si mettono sulla loro scia. Vi sono parecchi gruppi di balene, ma stranamente non soffiano. (…) Uscendo dal canale, vedo formarsi nell’acqua, calmissima, sottili lastre di ghiaccio, ancora cedevoli come caucciù: la baia sta per gelare. Ciò significa che non potremo, purtroppo, rimanere qui a lungo. Il tempo per accostare alla banchisa – meno di un’ora – è stato sufficiente per trasformare l’acqua libera, tra i ghiacci solidi e la Calypso, in una gelida lastra. Scorgo lontano due foche, attorno a un buco che avevo notato ieri, dall’alto. (…) Come riescono a forare una lastra di ghiaccio spessa oltre due metri? Con i denti? Certo, ma è un lavoro lungo; e poi, durante tutto questo tempo, come possono respirare se sono sott’acqua? Tutto ciò costituisce per l’uomo un motivo di meraviglia; ma non è così per le foche di Weddell. Per loro è ordinaria amministrazione. Questi animali possono immergersi fino a 600 metri di profondità e riescono a nuotare anche per 45 minuti sotto il pack. (…)

    Venerdì 26

    Nel pomeriggio avvistiamo il krill, quelle nuvole di gamberetti rosa e rossi (Euphosia superba), che sembra siano l’alimento principale delle balene, delle foche, dei pinguini e probabilmente di numerosi altri pesci. Prima che le balene fossero distrutte dai cacciatori, pare che se ne consumassero fra i 100 e i 150 milioni di tonnellate all’anno! Falco, che scorge il krill per primo, mi chiama, e mi fa vedere lo spettacolo sbalorditivo: tra la superficie dell’acqua e i 15 metri di profondità, il mare è costellato da sciami densissimi di gamberetti. La dimensione e la forma degli sciami sono diversissime: ci sono piccole «palle» di 50 centimetri di diametro, «nastri» lunghi 15-20 metri, e spirali nebulose d’ogni ordine di grandezza. (…)

    Sabato 10 febbraio

    Giornata di blizzard. La neve cade senza tregua. La visibilità è di 200-300 metri. Il barometro continua a scendere e raggiunge i 961 millibar. Il vento urla. La velocità delle raffiche oscilla fra gli 80 e i 140 chilometri orari. Gettare l’ancora è impossibile, ma è anche impossibile uscire da questa piccola baia: rischieremmo di urtare la fiumana dei ghiacci e degli iceberg che vediamo sfilare senza tregua sullo schermo del radar, all’uscita della Hope Bay. Siamo dunque in balia del ghiacciaio, dal quale ogni tanto si staccano masse galleggianti, alcune piccole, altre enormi. Malgrado il radar non potremmo evitarle tutte.(…)

    Mercoledì 4

    E ora, a questo punto, bisogna confessarlo, il rientro a Ushuaia con i nostri mezzi, è legato a un filo: il «filo» è un’elica storta, collegata mediante un albero di trasmissione, lungo e fragile, a un motore che fa rumori preoccupanti. Di solito, in queste circostanze, io scaccio i pensieri neri. Ottimismo? Forse, ma anche un po’ d’incoscienza.

    Da EPOCA n. 1205-1207, novembre 1973

    di Redazione

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